Etiopia, terra di guerre e carestie, ma pure di speranza. Grazie anche ad una “tenda blu”


The following article is taken from Vatican Radio

Etiopia, terra di guerre e carestie, terra di centinaia di etnie e tante religioni diverse, terra di malati di Aids e violenze sulle donne. Ma anche terra di speranza e, oggi, di certezze. Il Papa, più volte, anche negli ultimi mesi, ha lanciato accorati appelli alla comunità internazionale perché continui l’impegno a favore del Corno d’Africa, colpito da una terribile siccità e dalla conseguente carestia che coinvolge oltre tredici milioni di persone. In quelle zone, più precisamente nella località etiopica di Adwa, nel Tigray, al confine con l’Eritrea, dal ‘94 opera la missione di Kidane Mehret, fondata dalla salesiana italiana, suor Laura Girotto, con un esiguo gruppo di altre religiose e con l’aiuto di tanti sostenitori, come la Onlus Amici di Adwa (www.amicidiadwa.org) e la Conferenza episcopale italiana. Alla missionaria torinese e alla sua opera è dedicato il libro “La tenda blu – In Etiopia con le armi della solidarietà”, di Niccolò d’Aquino, per i tipi delle edizioni Paoline, presentato ieri a Roma. Ascoltiamo suor Laura Girotto, nell’intervista di Giada Aquilino:RealAudioMP3 

R. – È un Paese che ha scelto la strada dello sviluppo e della promozione. Un Paese che ha sofferto anni e anni di guerra, sia civile sia con altre nazioni, l’ultima 1998-2001 con l’Eritrea, una guerra che non è risolta nel senso che non si combatte più, ma non è stato raggiunto un accordo e ci sono continue provocazioni sui confini. Però l’Etiopia è decisamente incamminata verso la strada dello sviluppo e del progresso. Infatti all’inizio, quando arrivai, atterrai su un campo tra banchi di cammelli e di asini; l’Etiopia oggi invece vede aeroporti, le strade sono state quasi del tutto completate, il 90 per cento del Paese gode di energia elettrica, ci sono linee telefoniche, c’è il collegamento ad internet. E’ anche una nazione di centomila abitanti, non censiti ma si stima che le cifre siano queste, con etnie diverse e con tensioni interne che non sono facili da gestire, con una popolazione ancora in gran parte analfabeta. Difatti c’è un grandissimo sforzo sull’educazione. Quindi è un cammino tutto in salita, però è un cammino.

D. – La missione di Kidane Mehret nasce da una vecchia tenda militare blu, sistemata a pochi passi dall’Eritrea, quindi in piena terra di tensioni. Oggi conta scuole – anche tecniche e professionali: ricordiamo per esempio i corsi di cucito per preparare le donne a lavorare nella vicina fabbrica tessile – e poi un centro per la promozione della donna, un oratorio, una chiesa, un progetto di assistenza sociale, un ospedale che sta nascendo e del quale si prevede l’apertura nel 2014. Questi sono i campi dell’approccio missionario che, come lei ricorda parlando col giornalista Niccolò d’Aquino, “è testimonianza di vita e assistenza ai bisogni”. Ci fa qualche esempio di questa sua esperienza missionaria?

R. – Ovviamente l’approccio educativo – l’educazione con una “E” maiuscola, intesa come assunzione integrale della crescita della persona, soprattutto del giovane – è lo specifico salesiano. Naturalmente occorre rivolgersi a tutti gli altri aspetti dei diritti delle persone, quindi il diritto alla salute, il diritto alla casa, il diritto al lavoro, il diritto delle donne a poter scegliere un futuro, un marito. E lo si fa con grande rispetto dei valori culturali locali che sono assolutamente da conservare. Ad esempio, il discorso della solidarietà, il rispetto dei bambini, il rispetto della vita, i rapporti familiari: sono questi i valori da mantenere; mentre altri sono assolutamente da combattere: ricordiamo le mutilazioni genitali femminili, la visione della donna in certe fette ancora abbastanza consistenti sulla società per cui la donna non ha diritto di parola, se non teoricamente. Noi abbiamo impostato la nostra presenza missionaria proprio su questo tema: “Evangelizzare educando”.

D. – Il Papa in un discorso ai vescovi dell’Etiopia e dell’Eritrea, qualche anno fa, puntò sull’ecumenismo concreto, sotto forma di sforzi umanitari congiunti, che “servirà a rafforzare i vincoli di comunione nel raggiungere con compassione cristiana i malati, coloro che soffrono la fame, i rifugiati, i dislocati e le vittime della guerra”: come viene messo in pratica questo auspicio in Etiopia? Lei afferma che da voi si celebra il Natale di Cristo e quello di Maometto, la Quaresima e il Ramadan…

R. – Siamo aperti a tutti i bisogni del territorio. Se arriva un malato, non gli si chiede la religione di appartenenza, lo si cura punto e basta. La scuola materna regolarmente a Natale si prepara a rivivere la nascita di Gesù, con la rappresentazione sacra della Natività. Se, tra i bambini, non scegliamo anche i piccoli musulmani come pastorelli, come angioletti, è un dramma. Le famiglie vengono a vedere i loro bambini che interpretano questi ruoli nel contesto del presepio della Natività e si commuovono a vederli.(bi)

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